Blocco cardiaco congenito

Un evento drammatico, per la futura madre, scoprire che il cuoricino del bimbo che tiene in grembo si è, fatalmente, fermato per sempre e che l’unica cosa da aspettarsi, da quel momento in poi, è l’aborto spontaneo; fatalità, o il destino del cuoricino di quel bambino, da qualche parte era scritto? Sembrerebbe valida la seconda ipotesi e, non solo, oggi la scienza, oltre a prevedere la possibilità di un arresto cardiaco del nascituro, per blocco cardiaco congenito fetale, ne prevede anche la cura, abbondantemente prima che ciò avvenga.

Infatti, grazie allo studio della FDX Diagnostic S.P.A., una multinazionale svedese che si occupa di ricerca e sviluppo scientifico e tecnologico, con sede anche in Italia e, precisamente, in Sardegna, a Polaris di Pula in provincia di Cagliari, è stato elaborato un prezioso test in grado di stabilire, con altissima precisione, l’eventuale predisposizione o meno delle donne gravide, di portare in grembo un bambino a cui, quasi sicuramente, si arresterà il cuore prima di nascere. Ciò, in considerazione dell’evidenza che a provocare l’arresto cardiaco del feto, sarebbe responsabile un anticorpo trasmesso da madre a figlio. “Si tratta di un semplice esame del sangue della madre che aiuta a capire, in caso di presenza di anticorpi RO52, quanto è alto, per il feto, il rischio di problemi cardiaci“, spiega Harry Rutger Lindström, presidente della Edx.

Ma perché, di fatto, la madre, involontariamente, “ucciderebbe ” il figlio?

Il tutto è riconducibile alla possibilità che la madre sia affetta da malattie autoimmnuni, per effetto di queste patologie, l’organismo non riconosce alcune cellule dei tessuti propri che il sistema immunitario scambia per “nemiche” e di fatto cerca di distruggerle. Dunque, le mamme affette da queste malattie, trasmettono, intorno al quinto mese di gravidanza, anche al nascituro la sua protezione immunitaria, compreso l’anticorpo responsabile dell’arresto cardiaco, o di altre, cardiopatie congenite, alcune molto serie e, spesso incompatibili con la vita del bambino.

La cura in grembo

Quando il test abbia dato esito positivo e si sia accertata la presenza dell’anticorpo RO52, si inizia immediatamente la cura, quasi sempre priva di effetti collaterali per madre e figlio:

“Si tratta di un farmaco a base di corticosteroidi che non danneggia né la madre né il feto – conferma Lindström – da assumere fra la 18^ e la 24^ settimana di gestazione. Il dosaggio del farmaco non è mai standard ma basato su un attento e costante monitoraggio della situazione personale della madre e del feto durante le varie fasi della gestazione”.
La presenza dell’ RO52 non produce sintomi nella donna ma può provocare danni al cuore del feto. “Le patologie che causano tale vulnerabilità sono malattie autoimmuni della madre come quella di Sjögren e Il Lupus Eritematoso“, avverte la dottoressa Monica Mameli-Engvall, direttore medico della Edx. “Dai nostri studi risulta che le portatrici di questo anticorpo siano mediamente l’1%, ma in Sardegna, ad esempio, la percentuale sale al 2-3% per l’alta incidenza di patologie autoimmuni”. “È importante che si sappia che, a volte, l’aborto conseguente al blocco cardiaco si può evitare”,
sostiene la dottoressa Mameli-Engvall.

Il test, che a quel che pare di intendere, ridurrebbe drasticamente la conseguenza drammatica della morte del bambino prima di nascere, è, per adesso, possibile effettuarlo solo in Sardegna, presso l’Azienda Ospedaliera Brotsu di Cagliari grazie all’equipe con a capo il dottor Roberto Tamburello della Cardiologia Pediatrica, che ha in corso, oltretutto, importanti studi del feto, per possibili patologia insorte di tipo immunologico o cardiologico, riguardo pericolose aritmie. Si spera di poter esportare il prezioso esame in tutt’Italia, a totale carico del S.S.N.

“Il primo ok del Comitato etico regionale sardo è già arrivato – riferisce il dottor Massimo Magno, area manager Edx – ma la nostra speranza è di rendere disponibile al più presto e in tutti gli ospedali italiani il test Apoc-200″. E la dottoressa Mameli-Engvall conferma: “Abbiamo attivato diversi studi clinici e contiamo di consegnare il rapporto necessario all’assessorato della Sanità e quindi all’Istituto Superiore di Sanità entro settembre 2007, per la diffusione del test su scala nazionale”.

Un test che potrebbe salvare molte vite…. “Si pensi – precisa Lindström – che la Sindrome di Down ha un’incidenza decisamente minore rispetto a quella del blocco cardiaco congenito del feto, eppure è un test che viene eseguito da tutte le future mamme”. “Senza contare – precisa ancora Magno – che la conseguenza di un esito positivo del test è, in genere, un aborto. La positività all’Apoc-200, invece, dà la possibilità di intervenire per fare crescere un bambino sano. Un messaggio di vita anziché di morte”.

Fonte: Claudia Mura per Tiscali News

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